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di Riccardo Rosi

04 – ELEANOR GENEVIEVE CASEEBEER: Passeggera di prima classe – scialuppa n°5 ore: 00:45

ELEANOR GENEVIEVE CASEEBEER

BIOGRAFIA

Eleanor Genevieve Cassebeer, trentaseienne americana, si trovò a bordo del RMS Titanic quasi per una coincidenza. Di ritorno da un soggiorno in Europa, si imbarcò da sola a Cherbourg il 10 aprile 1912, diretta a New York. La sua presenza sulla nave non era stata pianificata da tempo: come molti altri passeggeri, finì su quel viaggio per una decisione presa all’ultimo momento. Nata il 29 novembre 1875 a LaPorte, nell’Indiana, Eleanor era figlia di William e Louisa Fosdick. La sua vita privata fu segnata da relazioni difficili: sposò molto giovane Lewis Peak, dal quale ebbe un figlio nello stesso anno del matrimonio. Tuttavia, a causa dei problemi del marito con l’alcol e il gioco, l’unione si concluse con un divorzio verso la fine degli anni Novanta dell’Ottocento. Anche il secondo matrimonio, nel 1909 con il medico Henry Cassebeer, non ebbe esiti migliori e si trasformò presto in una separazione formale. All’inizio del 1912 Eleanor si recò in Europa, dove si trovava il figlio. Decise poi di rientrare negli Stati Uniti, probabilmente anche a causa delle condizioni di salute dell’ex marito. Quando salì a bordo del Titanic a Cherbourg, la sua sistemazione non era quella definitiva: inizialmente aveva acquistato un biglietto di seconda classe, ma riuscì poi a ottenere una cabina di prima classe con un piccolo pagamento extra al commissario di bordo, McElroy. Questo passaggio spiega perché il suo nome non compare chiaramente nei registri ufficiali delle cabine. Durante il viaggio, Eleanor frequentò altri passeggeri di rilievo, tra cui il giornalista William Thomas Stead e il progettista della nave Thomas Andrews. Ebbe modo di socializzare anche con Harry Anderson e altri viaggiatori di prima classe. La notte del 14 aprile 1912, quando il Titanic colpì l’iceberg, Eleanor era sveglia nella sua cabina. Insospettita, salì sul ponte per capire cosa stesse accadendo. Nonostante i tentativi di rassicurazione da parte di altri passeggeri e membri dell’equipaggio, intuì che la situazione non fosse del tutto normale. Dopo essersi vestita adeguatamente, tornò sul ponte lance, inizialmente quasi deserto. In quei momenti, l’atmosfera non era ancora dominata dal panico: alcune persone osservavano incuriosite i frammenti di ghiaccio sul ponte, mentre altri non percepivano ancora il pericolo. Solo più tardi, con l’aumento del rumore proveniente dai fumaioli e gli ordini dell’equipaggio, la situazione iniziò a cambiare. Eleanor fu infine accompagnata alla scialuppa di salvataggio n. 5, sotto il comando del terzo ufficiale Herbert Pitman, e lasciò la nave poco dopo mezzanotte. Come molti altri sopravvissuti, venne successivamente soccorsa dalla RMS Carpathia, la nave che raccolse i naufraghi nelle ore successive al disastro. Negli anni seguenti, Eleanor continuò a viaggiare. Nel 1913 si trovava nuovamente in Europa e fu costretta a rientrare negli Stati Uniti allo scoppio della Prima guerra mondiale. Tornata a casa, affrontò anche una lunga disputa legale contro Henry Cassebeer, che aveva smesso di versarle quanto stabilito dall’accordo di separazione; la causa si concluse a suo favore. Molto tempo dopo, negli anni Cinquanta, entrò in contatto con lo storico Walter Lord, autore del celebre libro A Night to Remember. Partecipò anche alla prima newyorkese del film tratto dall’opera nel 1958, insieme ad altri sopravvissuti. Gli ultimi anni della sua vita rimangono in parte avvolti nell’incertezza. È noto che nel 1968 partecipò al funerale del figlio e che allora viveva in una casa di riposo a New York. La data esatta della sua morte non è stata stabilita con precisione, ma si ritiene che sia avvenuta tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta.

Eleanor Cassebeer era convinta che la sua scialuppa fosse la sesta ad aver lasciato la nave. Descrisse Pitman come intenzionato a tornare indietro per recuperare le persone finite in acqua, ma fermato dalla riluttanza dei passeggeri a bordo.


Il suo resoconto venne pubblicato dal Binghamton Press il 29 aprile 1912.

La mia presenza a bordo del Titanic fu una pura coincidenza. Ero in vacanza a Parigi e desideravo tornare in America, così prenotai il primo piroscafo disponibile, e il destino scelse per me proprio il Titanic. Viaggiavo spesso e questa era la decima volta che attraversavo l’oceano Atlantico. La mia cabina si trovava sul lato di tribordo, sul ponte D, e mi accorsi chiaramente dell’impatto quando la nave colpì l’iceberg. Ero sdraiata sul divano della mia cabina e avevo appena chiamato la cameriera per chiederle se fosse sicuro lasciare accesa la stufa elettrica durante la notte. Mi rassicurò dicendomi che non ci sarebbero stati problemi e, subito dopo che ebbe lasciato la cabina, sentii l’urto. Sembrava come se qualcuno stesse grattando o strappando via le interiora della mostruosa nave. Compresi subito che qualcosa non andava. Mi infilai un kimono e delle pantofole e mi diressi immediatamente sul ponte, dove incontrai Harry Anderson, un passeggero. Insieme ci dirigemmo verso prua, dove notammo diversi pezzi di ghiaccio sparsi sul ponte, staccatisi dall’iceberg a causa della forza dell’impatto. Riuscivamo a vedere l’iceberg innalzarsi per circa 25 o 30 metri sopra l’acqua; in seguito seppi che quella era soltanto una parte della sua effettiva dimensione. Potete immaginare, quindi, quanto fosse enorme quella montagna di ghiaccio. Lì incontrammo Thomas Andrews, che credo fosse il progettista della nave. Rispose a moltissime domande dei passeggeri e rassicurò tutti dicendo che non c’era alcun pericolo e che la nave era assolutamente inaffondabile. Disse che avrebbe potuto essere divisa in tre parti e sarebbe comunque rimasta a galla. Poco dopo, i commissari cominciarono a ordinarci di tornare nelle nostre cabine, indossare abiti caldi e prepararci a salire sulle scialuppe. Corsi di sotto e mi vestii, ma quando tornai sul ponte notai che la nave cominciava già a inclinarsi in modo preoccupante. Avevo già indossato un giubbotto di salvataggio, che non riuscii a trovare facilmente, e quando arrivai sul ponte incontrai di nuovo il signor Andrews, che mi afferrò per un braccio e mi aiutò a salire sulla lancia. Non riuscii a sentire ciò che mi disse a causa del rumore, ma capii perfettamente che voleva farmi salire sulla scialuppa che stava per essere calata in mare da un’altezza di circa 27 metri. Gli chiesi perché lui non salisse, e mi rispose: “No, prima le donne e i bambini”.  Vorrei aggiungere che lì c’era anche Bruce Ismay, intento ad aiutare donne e bambini a salire. Indossava soltanto il pigiama, delle pantofole e un cappotto. La mia scialuppa fu la sesta a lasciare la nave, e posso affermare che tutte le accuse secondo cui egli sarebbe salito sulla primissima scialuppa sono completamente false. Non c’era assolutamente panico. La disciplina era eccellente. Io mi trovavo sulla scialuppa comandata dal terzo ufficiale Herbert Pitman. C’erano 37 persone a bordo, 5 delle quali erano membri dell’equipaggio. La scialuppa non avrebbe potuto contenere nessun altro: sarebbe stata pura follia caricarla di più, perché si sarebbe potuta spezzare a metà sotto il peso mentre veniva calata dalle gru. Vedemmo il Titanic nei suoi momenti finali. Le luci rimasero accese fino all’ultimo, ed era uno spettacolo bellissimo e terribile allo stesso tempo. Dopo l’affondamento, in acqua c’erano migliaia di persone che urlavano disperatamente in cerca di aiuto. Per tre volte Pitman ordinò ai suoi uomini di tornare indietro per recuperare i naufraghi, ma ogni volta che questi afferravano i remi venivano ostacolati dai passeggeri a bordo, che interferivano con le operazioni. Così fummo costretti a rinunciare e non riuscimmo a salvare nessuno. Eravamo tutti coperti da coperte che i marinai ci avevano messo addosso e fermato con spille prima che salissimo sulla scialuppa. Quando fummo recuperati dalla Carpathia, venimmo trattati benissimo sia dai passeggeri sia dall’equipaggio. Alcuni rinunciarono perfino alle loro cabine per noi. Sul Titanic cenavo sempre allo stesso tavolo con il dottor O’Loughlin, il chirurgo di bordo, e con il signor Thomas Andrews dei cantieri Harland & Wolff. Credo che fosse proprio lui il progettista del Titanic. Al nostro tavolo sedeva anche Harry Anderson. Quando la nave iniziò a inclinarsi, mi diressi verso il punto in cui si erano radunati gli uomini, pensando che lì sarei stata al sicuro. Sono una grande ammiratrice del coraggio maschile inglese e americano. Una cosa che molti non sanno è che fu davvero difficile convincere le donne a salire sulle scialuppe: gli uomini dovettero salire per primi perché molte di loro erano fermamente convinte che la nave fosse inaffondabile. In seguito altre donne si rifiutarono di imbarcarsi senza i loro mariti, e a quel punto sia Andrews sia Bruce Ismay dovettero usare la forza per far salire gli uomini nelle lance, così da permettere il salvataggio delle donne. Un’altra cosa poco nota è che il Titanic non era pronto a salpare. Il signor Andrews mi disse personalmente che l’unico motivo per cui si partì era che la data era già stata fissata e non si poteva più rimandare. Per quanto la nave fosse lussuosissima e sontuosa, non si poteva non notare che non fosse ancora pronta per il viaggio. Gli avvisi normalmente affissi nelle cabine erano assenti: sulle pareti c’erano le cornici, ma mancavano i cartelli al loro interno. Feci anche molta fatica a trovare il mio giubbotto salvagente e dovetti chiedere aiuto a uno steward, che mi mostrò dove fosse. Sebbene avessi capito fin da subito che qualcosa non andava, non mi resi conto della gravità della situazione fino a quando, una volta sul ponte, inciampai nelle cime usate per mettere in mare le scialuppe. La mia scialuppa fu la terza a essere calata dal lato di tribordo e la sesta a lasciare la nave.

 

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