Aggiornamento del 03/09/2026 - Aggiunte due nuove testimonianze "Charlotte Collyer e Daisy Minahan"

CuriosiTanic

di Riccardo Rosi

L’Ultimo Brano Suonato

Il mistero dell’ultimo brano

Tra le tante storie legate al RMS Titanic, una delle più affascinanti e discusse riguarda l’ultima musica suonata dalla sua orchestra. Nel corso degli anni, numerosi sopravvissuti hanno raccontato ciò che udirono in quelle ore drammatiche, ma le loro testimonianze non coincidono del tutto. Alcuni ricordano melodie leggere e rassicuranti, altri parlano di inni solenni. Questa incertezza ha dato origine a un vero e proprio enigma storico: quale fu davvero l’ultimo brano eseguito mentre la nave affondava?

All’inizio della situazione di emergenza, i musicisti della nave optarono per un repertorio dal tono leggero e rassicurante. Eseguirono valzer, brani di ragtime e canzoni comiche molto popolari nei music hall londinesi, con lo scopo preciso di mantenere la calma tra i passeggeri dopo la collisione. Tra i brani più in voga in quel periodo figurava Alexander’s Ragtime Band di Irving Berlin. Il quarto ufficiale Boxhall ricordò che proprio questo fu il primo pezzo che sentì mentre attraversava il salone di prima classe, di ritorno dalla sua ispezione della nave. Il suo racconto fu confermato anche da altri testimoni, tra cui il maggiore Arthur Peuchen, la signora Lily Futrelle e il giocatore George Brereton, tutti concordi nel dire che quel brano venne eseguito quella notte. Un altro titolo che alcuni ricordarono fu In the Shadows, un grande successo londinese del 1911. Per quanto riguarda i momenti successivi, una testimonianza importante proviene dall’assistente operatore Marconi Harold Bride, citato dalla stampa di New York il 19 aprile 1912. Egli raccontò che da poppa si sentivano le note della banda: “inizialmente si trattava di un pezzo di ragtime che non riuscì a identificare, poi venne eseguito un brano che chiamò “Autumn”. Subito dopo, Phillips si diresse verso poppa, e Bride dichiarò che quella fu l’ultima volta che lo vide.

È molto probabile che con “Autumn” egli si riferisse al celebre valzer Songe d’Automne, composto da Archibald Joyce, che nel 1912 era estremamente popolare a Londra.

Un dettaglio interessante emerge da una lettera scritta nel 1957 da Fred Vallance, direttore musicale della nave Laconia, indirizzata a Walter Lord. Vallance raccontò che, mentre stava eseguendo Songe d’Automne, uno steward, che affermava di aver lavorato sul Titanic, lo avvicinò per rimproverarlo, sostenendo che quel brano portasse sfortuna. Questo episodio sembra rafforzare l’idea che i musicisti del Titanic scegliessero consapevolmente pezzi allegri, evitando quelli che potevano avere connotazioni negative. Il colonnello Archibald Gracie, passeggero di prima classe sopravvissuto al disastro, osservò che se fosse stato eseguito l’inno Nearer, My God, to Thee, egli lo avrebbe sicuramente notato e lo avrebbe interpretato come un segnale inopportuno di morte imminente, capace di provocare panico piuttosto che evitarlo.

A questo si aggiunge il fatto che tale inno era associato a melodie diverse nei due lati dell’Atlantico: negli Stati Uniti era cantato sulla melodia “Bethany”, mentre nel Regno Unito si utilizzava quella composta da J. B. Dykes per “Horbury”; inoltre, il direttore della banda Wallace Hartley, avendo un forte background metodista, sarebbe stato abituato alla versione “Proprior Deo” di Sullivan. Questo potrebbe far pensare che passeggeri americani e britannici difficilmente avrebbero riconosciuto lo stesso brano, nonostante entrambi dichiarino di averlo udito.

Gracie, durante una conferenza tenuta al Washington University Club nel novembre 1912, poco prima di morire a causa delle conseguenze dell’esposizione al freddo subita durante il naufragio, dichiarò che la banda smise di suonare circa mezz’ora prima dell’affondamento e aggiunse di aver visto personalmente i musicisti deporre gli strumenti. Questa versione fu confermata anche da un altro passeggero di prima classe, A. H. Barkworth, il quale raccontò che, la prima volta che salì sul ponte, la banda stava suonando un valzer; quando passò di nuovo nella stessa zona, però, gli strumenti erano stati abbandonati e i musicisti non erano più presenti. Tuttavia, è possibile che i musicisti abbiano semplicemente interrotto momentaneamente l’esecuzione per recarsi nei loro alloggi e recuperare i giubbotti di salvataggio. Il sopravvissuto Pierre Marechal raccontò al segretario Williams del sindacato dei musicisti che i membri della banda non indossavano giubbotti e che avevano ricevuto l’ordine di suonare senza sosta per evitare il panico. Egli sottolineò di aver notato chiaramente l’assenza dei giubbotti, interpretando questa situazione come un sacrificio imposto ai musicisti. Tuttavia, un’altra testimone, la signora Gold, che lasciò la nave con una scialuppa successiva, raccontò che quando lei salì a bordo della barca i musicisti indossavano chiaramente i giubbotti di salvataggio. Descrisse uomini seduti sul ponte A che fumavano e tenevano il tempo con i piedi mentre la banda continuava a suonare; aggiunse di essere stata colpita in particolare dalla vista di un violinista che suonava con un grande giubbotto davanti a sé. In quel momento, il brano eseguito era ancora di ragtime. Da queste testimonianze si può dedurre che i musicisti potrebbero aver interrotto temporaneamente l’esecuzione per recuperare i giubbotti e poi siano tornati sul ponte A per continuare a suonare. Se ciò fosse vero, è anche possibile che, durante l’ultima mezz’ora prima dell’affondamento, abbiano abbandonato il repertorio leggero per passare a brani più solenni e significativi, come inni religiosi, con l’intento di infondere coraggio a coloro che erano rimasti a bordo dopo la partenza delle scialuppe.

Alcuni sopravvissuti confermarono questa ipotesi. La signora Paul Schabert raccontò che, dopo aver suonato ragtime per un certo periodo, la band iniziò a eseguire inni; tra i primi vi fu When We Meet Beyond, seguito da altri. Il dottor Washington Dodge, dalla sua scialuppa, dichiarò di aver sentito “Lead, Kindly Light“. Un gruppo di membri dell’equipaggio riferì di aver udito anche “Abide With Me” ed “Eternal Father, Strong to Save”, oltre ad altri inni. Marie Jerwan, in una lettera scritta nel maggio 1912, raccontò che, mentre le luci della nave si spegnevano una dopo l’altra e la prua era ormai sommersa, si udiva ancora la banda suonare il bellissimo inno Nearer, My God, to Thee, al quale i presenti si unirono cantando con tutto il cuore. Ella sottolineò il coraggio dei musicisti, rimasti al loro posto per dare forza a chi stava per morire.

Anche altre testimonianze raccolte a bordo della nave di soccorso Carpathia indicano lo stesso brano. I reverendi Burke e McCarthy riferirono di aver appreso dai sopravvissuti che quell’inno era stato eseguito mentre la nave stava ancora affondando. Kate Buss ed Edwina Troutt lo menzionarono nelle lettere scritte agli amici durante il viaggio sulla Carpathia. Lo steward Edward Wheelton dichiarò a un giornalista che, poco prima dell’affondamento finale, la banda cambiò il carattere del proprio repertorio, passando da musica allegra a inni, tra cui proprio Nearer, My God, to Thee. Un altro steward, Jacob Gibbons, insistette con fermezza su questo punto: affermò che, nonostante alcuni lo negassero, la banda stava effettivamente suonando e che le note di quell’inno si diffondevano chiaramente sull’acqua, creando un’atmosfera di solennità indescrivibile.

L’obiezione secondo cui americani e britannici avrebbero avuto difficoltà a riconoscere lo stesso inno, a causa delle diverse melodie, può essere superata ricordando che Nearer, My God, to Thee faceva parte del repertorio ufficiale della White Star Line. Di conseguenza, era stato probabilmente eseguito durante le funzioni religiose a bordo, permettendo ai passeggeri di familiarizzare con la stessa versione durante il viaggio. Un elemento ulteriore a sostegno di questa ipotesi riguarda il direttore della banda, Wallace Hartley. Il musicista Elwane Moody, suo amico e collega con il quale aveva compiuto ventidue traversate atlantiche sulla Mauretania, raccontò che poco prima del viaggio gli aveva chiesto cosa avrebbe fatto in caso di naufragio. Hartley, dopo aver riflettuto, rispose che probabilmente avrebbe suonato O God, Our Help in Ages Past oppure Nearer, My God, to Thee. Dopo il disastro, Moody dichiarò che, avendo sentito questa risposta, trovava del tutto credibile che Hartley avesse scelto proprio quell’inno. Un altro collega, Lewis Cross, contrabbassista sulla Celtic, ricordò una conversazione simile: Hartley aveva affermato che la musica, in una grande emergenza, poteva essere più efficace di qualsiasi arma e che una banda avrebbe potuto contribuire a mantenere la calma tra i passeggeri più di quanto potessero fare gli ufficiali.

Nonostante tutte queste testimonianze, non è possibile stabilire con certezza quale sia stato l’ultimo brano eseguito quella notte. Ciò che appare evidente è che la musica della banda lasciò un’impressione profonda nei sopravvissuti, sia durante la tragedia sia negli anni successivi. La contessa di Rothes, salvata nella scialuppa numero 8, raccontò a Walter Lord che circa un anno dopo il disastro, durante una cena, fu improvvisamente sopraffatta da una sensazione di freddo e terrore che associava al Titanic. Poco dopo si rese conto che la causa era l’orchestra, che stava suonando brani tratti dai Racconti di Hoffmann, gli stessi eseguiti dall’orchestra del Titanic dopo cena la sera del 14 aprile 1912.

Conclusione

Il mistero dell’ultimo brano suonato sul RMS Titanic rimane ancora oggi irrisolto. Le testimonianze sono numerose, dettagliate e spesso attendibili, ma non sempre concordano tra loro: alcuni ricordano musiche leggere e rassicuranti fino agli ultimi momenti, mentre altri riferiscono l’esecuzione di inni religiosi dal forte significato emotivo. Tuttavia, analizzando l’insieme delle dichiarazioni, emerge una tendenza prevalente a favore dell’inno Nearer, My God, to Thee, citato da diversi sopravvissuti e testimoni indiretti. È quindi plausibile che durante le fasi finali siano stati eseguiti sia brani come Songe d’Automne sia inni religiosi, in una progressiva transizione da musica leggera a composizioni più solenni. In questo contesto, risulta verosimile che proprio Nearer, My God, to Thee sia stato l’ultimo brano suonato dall’orchestra.

Al di là della certezza assoluta, ciò che emerge con forza è il valore simbolico di quei momenti: i musicisti continuarono a suonare non solo per senso del dovere, ma per offrire conforto, ordine e dignità in una situazione disperata. Ed è proprio questa immagine, più ancora della melodia finale, ad essere rimasta profondamente impressa nella memoria collettiva.

error: Il contenuto di questo sito è protetto!