Aggiornamento del 03/09/2026 - Aggiunte due nuove testimonianze "Charlotte Collyer e Daisy Minahan"

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di Riccardo Rosi

01 – HELEN E DICKINSON BISHOP: Passeggeri di prima classe – scialuppa N°7 ore 00:40

HELEN BISHOP

Helen Bishop

BIOGRAFIA

Helen Margaret Walton Bishop, diciannovenne originaria del Michigan, e suo marito Dickinson H. Bishop si erano appena sposati e stavano facendo ritorno a casa dal viaggio di nozze quando si imbarcarono sul RMS Titanic a Cherbourg. La coppia occupava la cabina B-49. Nella notte del 14 aprile 1912, mentre Dickinson leggeva e Helen dormiva già, la nave urtò l’iceberg. Helen dichiarò di non aver percepito alcun impatto. Dopo alcuni minuti furono invitati a salire sul ponte, dove inizialmente gli ufficiali li rassicurarono dicendo che non vi era pericolo e che potevano tornare in cabina. Poco dopo, tuttavia, furono richiamati da un amico preoccupato per l’inclinazione della nave. Si rivestirono e tornarono sul ponte. Helen chiese al marito di recuperare il suo manicotto, ma poco dopo lo raggiunse informandolo che era stato ordinato di indossare i giubbotti di salvataggio. In quel momento, la situazione stava già peggiorando: la nave era visibilmente inclinata verso prua e l’acqua iniziava a passare da un compartimento all’altro superando le paratie stagne. Nonostante ciò, sul ponte regnava ancora una relativa calma e molti passeggeri esitavano a salire sulle scialuppe.

Il primo ufficiale William McMaster Murdoch supervisionò il caricamento della scialuppa n. 7, la prima a essere calata in mare. Le operazioni si svolsero in modo relativamente ordinato. A bordo salirono circa 26–28 persone, tutte di prima classe, ma non esclusivamente donne: tra i passeggeri vi erano anche uomini, inclusi due coppie in luna di miele, tra cui i Bishop. Nonostante la situazione critica, fu difficile riempire completamente la scialuppa. Di fronte all’esitazione dei passeggeri, Murdoch decise di non attendere oltre e ordinò di calarla in mare con molti posti ancora liberi. La scialuppa fu affidata al comando della vedetta George Hogg. Tutte le vedette del Titanic riuscirono a salvarsi quella notte. Helen fu tra le prime a salire a bordo, probabilmente la prima. In una testimonianza rilasciata al Dowagiac Daily News del 20 aprile 1912, dichiarò di aver sentito l’ordine “mogli e mariti per primi”, ma questo dettaglio non comparve nelle successive deposizioni ufficiali e potrebbe essere stato un tentativo di giustificare il fatto che la coppia si fosse salvata insieme. Helen ricordò anche di aver visto a bordo gli John Jacob Astor IV e Madeleine Astor, con cui avevano stretto amicizia durante il viaggio; lei era riluttante a lasciare la nave perché convinta che non potesse affondare. Una volta in mare, la scialuppa contava solo tre membri dell’equipaggio, così alcuni passeggeri, tra cui Helen, aiutarono a remare. Tra questi vi erano il francese Pierre Maréchal, che non tolse mai il monocolo, e il falso barone Alfred Nourney, che invece si rifiutò di collaborare. Helen descrisse vividamente l’esperienza sulla scialuppa in un articolo del New York Times, raccontando la tensione e l’incertezza vissute nell’oscurità dell’oceano. Un aspetto particolarmente toccante riguarda il suo cane, un barboncino di nome Fru Fru, uno dei dodici presenti a bordo del Titanic. I cani erano custoditi in gabbie sul ponte lance, sotto il quarto fumaiolo, e affidati al macellaio della nave. Durante l’evacuazione, a Helen non fu permesso di portarlo con sé e fu costretta a lasciarlo in cabina, dove purtroppo morì. Dopo il salvataggio da parte della RMS Carpathia, i Bishop testimoniarono davanti alla commissione d’inchiesta del Senato degli Stati Uniti guidata da William Alden Smith. In questa sede, Helen dichiarò che erano stati spinti nella scialuppa, senza menzionare l’ordine relativo a “mogli e mariti”. Helen era incinta durante il viaggio. L’8 dicembre 1912 diede alla luce un figlio, Randall Walton Bishop, che morì dopo soli due giorni. La sua vita fu segnata anche da una curiosa e tragica profezia ricevuta durante la luna di miele in Egitto: una chiromante le predisse che sarebbe sopravvissuta a un naufragio e a un terremoto, ma sarebbe morta in un incidente automobilistico. Dopo il Titanic, la seconda parte della profezia si realizzò durante un terremoto in California. Il 15 novembre 1913, infine, l’auto su cui viaggiava con il marito uscì di strada e si schiantò contro un albero. Helen sopravvisse, ma riportò una grave frattura al cranio e visse con una placca metallica, subendo anche un cambiamento mentale che compromise il matrimonio.

Nel gennaio 1916 i Bishop divorziarono. Tre mesi dopo, durante una visita in Illinois, Helen cadde e morì il 16 marzo 1916. Fu sepolta in Michigan. In un’ironica coincidenza, nello stesso giorno in cui i giornali annunciarono la sua morte, veniva pubblicata anche la notizia del nuovo matrimonio del suo ex marito Dickinson.

 


HELEN E DICKINSON BISHOP PRIMA CLASSE

Siamo stati in Europa da Gennaio e abbiamo visitato l’Egitto, l’Italia, Francia e l’Algeria. Ci siamo imbarcati sul Titanic il 10 di Aprile ed è stato uno dei viaggi più gradevoli mai fatti prima della notte del naufragio. Mi ero già messa a letto quando la nave urtò l’iceberg, mentre mio marito era seduto nella nostra cabina a leggere. Non mi accorsi dell’urto trascorsero diversi minuti prima che qualcuno venisse a bussare alla nostra porta per dirci di andare sul ponte. Mi alzai e mi vestii e poi ci dirigemmo sul ponte scialuppe. Gli ufficiali ci dissero di tornare in cabina e tornare a letto dato che non c’era nessun pericolo. Restammo comunque sul ponte per un po di tempo ma poi ritornassimo in cabina. Non passò molto tempo e venimmo richiamati nuovamente per tornare sul ponte. La ragazza che alloggiava nella cabina di fronte la nostra rifiutò di alzarsi e gli stewards la trascinarono di forza fuori dal suo letto; ma lei si rimise a dormire e affondò con la nave. Quando arrivammo sul ponte c’era poca gente ma c’era tantissimo ghiaccio sulla parte frontale della nave. Eravamo nella prima scialuppa ad essere calata e qualcuno disse “fate salire prima molti e mariti”. C’erano due coppie appena sposate nella scialuppa e in totale a bordo eravamo 28 persone, ma c’era posto per almeno altre 40 persone. Una cinquantina di uomini decisero di restare a bordo della nave anche se c’era posto anche per loro. Mentre ci stavamo dirigendo sul ponte per la seconda volta incontrai John Jacob Astor che era fermo ai piedi della grande scalinata. Ci disse di indossare i giubbotti di salvataggio e cosi facemmo. Prima che la nostra scialuppa venne calata i signori Astor erano sul ponte. Lei non voleva andare definendo tutto molto assurdo che il Titanic sarebbe affondato. Dato che gli Astor alloggiavano molto vicino a noi siamo stati parecchio insieme durante il viaggio e non mi è piaciuto affatto lasciarli sul ponte. Credo come lo abbiano creduto loro che c’era comunque una piccola possibilità di essere caricati a bordo di una scialuppe successivamente. Il mare era come calmo come una lastra di vetro, non c’era nemmeno una piccola increspatura come quelle che si vedono sui laghi. Quando riuscimmo ad allontanarci di circa 90 metri dal fianco della nave una fila di oblò era scomparsa sott’acqua e quando ci trovammo a circa un miglio ne scomparve un altra ma tutto era ancora molto calmo e senza confusione. Infatti tutto rimase calmo fino quando la poppa cominciò a sollevarsi fuori dall’acqua. Improvvisamente un fiume di persone provenienti dalla terza classe si ammassò sul ponte coprendo le luci del ponte che non riuscivamo più a vedere. eravamo troppo lontani e non riuscivamo a distinguere ogni persona singolarmente, ma riuscivamo a vedere questa grande massa nera sulla nave e udire le loro urla. Per un momento la nave sembrò puntare improvvisamente verso il basso, come una gigantesca balena che si immerge prima con la testa. Uno degli steward della sala da pranzo fu cosi premuroso da portare a bordo della scialuppa dei razzi verdi, simili a quelli che si usano per il 4 Luglio. Quando si accendono emettono un intensa luce verde sopra la barca, ma non avevamo luce di nessun tipo.credo che tutte le scialuppe fossero dotate di luci, cracker, acqua e bussole. Ogni volta che accendevamo una di queste luci verdi sentivamo le urla delle persone che morivano in acqua ancora più forti. Credevano che fosse qualcuno che stava andando a salvarli. Eravamo a bordo della scialuppa da circa mezzanotte e trenta di domenica fino alle 5 del mattino del lunedì e anche se fummo la prima scialuppa ad essere calata in mare dal Titanic siamo stati i quarti ad essere recuperati dalla Carpathia. Le scene a cui assistemmo da quella piccola imbarcazione ballonzolante in mezzo al mare con pochissima speranza di essere recuperata erano strazianti. Ancora ricordo quelle persone. Ad esempio, a bordo della nostra scialuppa c’era un barone tedesco che continuava a fumare questa pipa nauseabonda insistentemente rifiutandosi di aiutare a remare. Gli uomini erano stanchissimi e io stessa li aiutai e mi misi ai remi e remai per un tempo considerevole. C’era anche un piccolo aviatore francese con noi, Pierre Marèchal, che non si tolse nemmeno una volta il suo monocolo di dosso per tutto il tempo che restammo in acqua, ma aiutò a remare. Mi spezzò il cuore abbandonare il mio fru fru in cabina, l’avevo comprata a Firenze ed era diventata la mascotte della nave. Lo steward mi disse che era troppo carina per portarla dal responsabile e metterla in una gabbietta e quindi mi permise di tenerla in cabina con me. Le avevo creato una piccola cuccia tra due delle mie valigie, ma quando iniziai ad andarmene si attaccò al mio abito tirandolo e strappandolo. Ma pensavo che ci sarebbe stata della commiserazione per una donna che trasportava il suo piccolo cane tra le braccia mentre c’erano in gioco le vite di donne e bambini. Ogni volta che si intravedeva una luce, anche se piccola, provenire da un’altra scialuppa tutti a bordo delle lance alzavano false speranze per una nave di soccorso. Dopo essere rimasti in acqua per diverse ore, senza cibo ne acqua e mentre tutti stavano soffrendo per il freddo, avevo la certezza che saremmo morti tutti. Mi tolsi le calze e le feci indossare ad una bambina che non ebbe il tempo di coprirsi adeguatamente come noi. Quando sorse l’alba e avvistammo la Carpathia, ci furono delle scene di emozione indescrivibili. Quando ci trovammo a fianco della nave di soccorso molte delle donne vennero issate a bordo attraverso delle sedie legate con delle corde, mentre io riuscii a salire a bordo da sola usando le scalette di corda che vennero calate sul fianco della nave. Quando tutti furono messi in salvo, iniziarono i racconti delle varie esperienze dei sopravvissuti. Credo che quella raccontata dal colonnello Archibald Gracie fu la più sorprendente di tutte. Rimase sul ponte fino all’ultimo e si aggrappò ad una ringhiera fino a quando non venne sommerso. Venne risucchiato sott’acqua per circa 15 metri, almeno cosi ci raccontò. Quando riemerse si trovò circondato da detriti, ma era un bravissimo nuotatore e riuscì a raggiungere e salire su una delle zattere pieghevoli insieme ad altre persone. Immaginate un uomo anziano come Gracie che si dimena e nuota in acqua con altre 1700 persone in un mare profondo 4 Chilometri. É incredibile che sia sopravvissuto. Il colonnello era un stizzito e non voleva raccontare la sua storia. I passeggeri a bordo della Carpathia fecero di tutto per farci stare a nostro agio. Condivisero tutto con noi e il loro capitano non era affatto come il comandante Smith del Titanic. Non era mai presente alle cene di rappresentanza ma era sempre in servizio sul ponte. La signora Lucien Smith di Huntigton, West Virginia, una cara piccola donna che perse suo marito nel disastro, disse che lui le aveva riferito aver visto il capitano Smith a cena quella notte alle 11 di sera e che quando lasciò la sala da pranzo il comandante era ancora li. Ma lui andò sul ponte di comando prima della collisione quindi forse si sbagliò. Per qualche motivo, che forse non sapremo mai, le porte stagne non funzionarono. Ho visto io stessa alcuni marinai mentre si sforzavano di chiudere a mano per diversi minuti le porte stagne per rendere il compartimento a tenuta stagna, ma non ci riuscirono. Forse l’impatto con l’iceberg le aveva storte e rese non funzionanti.

 


NEW YORK TIMES 19 APRILE 1912:

Non capimmo la situazione fino a quando non ci trovammo a circa 1 miglio dal Titanic. A quel punto potemmo vedere le file di luci degli oblò lungo i ponti iniziare ad affievolirsi gradualmente iniziando dalla prua. Molto lentamente queste file di luci iniziarono ad inclinarsi verso il basso con un angolo via via sempre più ampio. L’affondamento era cosi lento che non si riusciva a percepire il cambiamento della posizione delle luci sul ponte. L’inclinazione sembrava aumentato ogni quarto d’ora. In un paio d’ore però iniziò ad affondare più rapidamente. Poi iniziò la vista più spaventosa. Le persone sulla nave stavano appena iniziando a rendersi conto di quanto fosse grande il pericolo. Quando la parte anteriore della nave si inabissò tutto d’un tratto più velocemente la pendenza della poppa si fece più marcata, ci fu un’improvvisa corsa di passeggeri su tutti i ponti verso il retro della nave. Era come un’onda. Potevamo vedere la grande massa nera di persone provenienti dalla terza classe che si riversavano verso la poppa del Titanic e irrompevano nei ponti superiori. Alla distanza di circa 1 miglio siamo riusciti a distinguere tutto durante la notte che era perfettamente chiara. Potevamo vedere la crescente frenesia a bordo della nave, poiché le persone, correndo avanti e indietro, facevano scomparire e riapparire le luci del ponte mentre ci passano davanti. Il panico sembrò andare avanti per circa un ora. Poi improvvisamente la nave sembrò proiettarsi fuori dall’acqua e rimanere li perpendicolarmente. Sembrò rimanere fermo in quella posizione per circa 4 minuti. Poi iniziò a scivolare delicatamente verso il basso. La sua velocità aumentò cosi tanto che la poppa mentre scendeva velocemente a testa in giu scomparve in un turbinio. Le luci continuarono a brillare finché non affondò. Potevamo vedere le persone ammassate sulla poppa fino a quando non scomparve completamente. C’erano tre marinai sulla nostra scialuppa. C’erano 6 remi da essere manovrati e io feci a turno con gli uomini. Mentre la nave affondava potevamo sentire le urla a 1 miglio di distanza. A poco a poco divennero sempre più flebili fino a spegnersi. Alcune delle scialuppe di salvataggio che avevano ancora spazio a bordo avrebbero potuto andare in loro soccorso, ma avrebbe significato che coloro che erano in acqua sarebbero saliti a bordo affondandole. Abbiamo remato per circa 5 o 6 ore. L’aurora boreale stava svanendo quando arrivo la Carpathia. Non credo che l’affondamento della nave creò tanto risucchio, la turbolenza dell’acqua non era abbastanza intensa da raggiungere la nostra scialuppa. Forse l’esplosione delle caldaie contrastò il risucchio. Un secondo dopo che la nave affondò si udì un boato forte come quello di un tuono.

DICKINSON BISHOP DOWAGIAC DAILY NEWS 10 MAGGIO 1912:

Abbiamo aspettato appositamente per poter viaggiare su questa nave. Avremmo potuto partire prima, ma decidemmo di aspettare a Cherbourg per intercettare l’arrivo di questa nuova gigantesca nave, che era la più grande e sontuosa tra i transatlantici. Fino al momento dell’affondamento è stato un viaggio bellissimo. Il mare era calmissimo. Era uno specchio quella domenica sera, calmo e tranquillo come uno stagno. Non dimenticherò ma il tramonto di quella sera; tutti lo avevano apprezzato. Avevamo trascorso la serata nella Lounge e alle 11 di sera ci siamo ritirati nella nostra cabina sul ponte B. Mi sono messo a letto e ho letto fino alle 11:40 quando la nave colpì l’iceberg. Mi sono vestito in fretta e ho detto alla signora Bishop di fare altrettanto. Poi sono andato sul ponte A e infine sul ponte scialuppe. Sembrava che non ci fosse alcun tumulto. Gli steward hanno riso all’idea che ci fosse un pericolo. Mi sono sentito rassicurato che tutto fosse tranquillo e faci ritorno nella mia cabina. Entrambi ci siamo spogliati e rimessi a letto. Ho iniziato di nuovo a leggere e cosi rimasi occupato per altri 10 minuti. Improvvisamente il signor Stewart, un amico che ci siamo fatti a bordo della nave il quale aveva già attraversato l’oceano molte volte, ha bussato alla nostra porta e ci ha chiamato fuori. Mi ha detto che era meglio alzarci e vestirci. Ha poi richiamato la mia attenzione sull’inclinazione della nave che è iniziata subito dopo l’urto con l’iceberg. Ci siamo rivestiti completamente e ci siamo coperti al meglio in caso di emergenza. Siamo saliti sul ponte lance, ma non era in corso nessuna operazione di messa in mare delle scialuppe. Siamo tornati sul ponte A e li abbiamo incontrato i signori Astor che sembravano essere un po allarmati. La signora Bishop voleva un manicotto e io andai a prenderlo, ma mentre ero in cabina è entrata dicendo che ci era stato ordinato di indossare i giubbotti di salvataggio. L’abbiano fatto e siamo tornati nuovamente sul ponte scialuppe. La preparazione delle scialuppe venne fatta deliberatamente e non iniziò fino a quando non restammo sul ponte per svariati minuti. Allora era quasi impossibile convincere le persone ad imbarcarsi sulle lance. Siamo entrati nella prima scialuppa preparata, e sono sicuro che ci fossero 6 o 7 uomini soli insieme a noi. Gli ufficiali implorarono i passeggeri di salire a bordo ma sembravano temere di ritrovarsi sospesi sull’acqua ad un’altezza di 23 metri, e gli ufficiali ordinarono che la scialuppa venisse abbassata con una capienza minore rispetto quella che effettivamente poteva trasportare. Era estremamente difficile comunicare sul ponte, tale era il rumore del vapore che fuoriusciva e che iniziò a sfiatare non appena i motori si fermarono.

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