RUTH BECKER
BIOGRAFIA
Ruth Elizabeth Becker nacque il 28 ottobre 1899 a Guntur, in India, dove i suoi genitori americani svolgevano attività missionaria. Era la primogenita di Allen Oliver Becker, pastore luterano originario del Michigan, e Nellie Elizabeth Baumgardner, dell’Ohio. I due si erano sposati nel 1898 e, pochi mesi dopo, si erano trasferiti in India per dedicarsi alla loro vocazione religiosa. Ruth crebbe in un ambiente difficile, segnato da condizioni di vita dure e da frequenti malattie, insieme ai suoi tre fratelli: Luther (morto molto piccolo), Marion e Richard. Nel 1912, quando il fratellino Richard si ammalò gravemente, i medici consigliarono alla madre di riportare i figli negli Stati Uniti per cure migliori. Così Nellie partì con Ruth e i bambini, lasciando temporaneamente il marito in India. Dopo aver raggiunto l’Inghilterra, la famiglia si imbarcò a Southampton sul Titanic il 10 aprile 1912, come passeggeri di seconda classe. Il biglietto costò 39 sterline, circa 5000 euro odierni. Ruth ricordò in seguito che sua madre era preoccupata per quel viaggio, essendo il primo del transatlantico, ma fu rassicurata dall’equipaggio sulla sicurezza della nave. Durante la traversata, Ruth si occupava dei fratelli più piccoli e passava il tempo esplorando gli ambienti della nave. Rimase affascinata dalla sua grandezza e dal lusso: tutto appariva nuovo, luminoso e straordinariamente elegante, soprattutto le sale comuni e la sala da pranzo.
La notte del 14 aprile 1912, dopo la collisione con l’iceberg, inizialmente ai passeggeri fu detto che si trattava di un problema minore. Ruth e la sua famiglia salirono ai ponti superiori e attesero istruzioni in una sala comune. Tuttavia, l’atmosfera divenne presto caotica: la gente correva, gridava e cresceva la paura. La madre, accorgendosi del freddo intenso, chiese a Ruth di tornare in cabina a prendere delle coperte, ma prima che potesse farlo i suoi fratelli furono fatti salire sulla scialuppa numero 11. Mentre le scialuppe venivano caricate, uno steward fece salire Marion e Richard sulla scialuppa numero 11 e poi disse: “Basta così per questa barca! Calate via!” A quel punto Nellie supplicò di poter salire anche lei, dicendo: “Per favore! Quelli sono i miei figli! Lasciatemi andare con loro!” Le fu permesso di salire, ma Ruth rimase indietro. A quel punto Nellie urlò: “Ruth! Sali su un’altra barca!”
Alla fine Ruth riuscì a salire sulla scialuppa numero 13 con l’aiuto del Sesto Ufficiale Moody. Dalla scialuppa assistette alle fasi finali dell’affondamento: la nave che affondava lentamente, i ponti ancora affollati e molte persone che, nel panico, si gettavano nell’acqua gelida. Le urla e il caos di quei momenti le rimasero impressi per tutta la vita. Dopo ore alla deriva nel freddo, Ruth fu soccorsa dalla Carpathia. A bordo cercò disperatamente la sua famiglia, finché una donna la riconobbe e la ricondusse alla madre, che la stava cercando ovunque. Ruth ricordò anche la scena straziante di molte donne sopravvissute che attendevano invano l’arrivo dei mariti e dei familiari rimasti sulla nave.
Nel 1913 il padre si riunì finalmente alla famiglia negli Stati Uniti. Ruth crebbe in Ohio, frequentò la scuola a Wooster e si laureò al Wooster College. In seguito divenne insegnante, lavorando prima in Kansas e poi nel Michigan. Nel 1924 sposò Daniel Small Blanchard, un suo ex compagno di studi, con cui ebbe tre figli: Jeanne, Roger Allen e Richard. La famiglia visse per molti anni a Manhattan, in Kansas, dove il marito gestiva un’attività di lavanderia. Dopo oltre vent’anni di matrimonio, i due divorziarono.
Per gran parte della sua vita, Ruth evitò di parlare del Titanic, probabilmente a causa del trauma vissuto. Solo dopo il pensionamento e il trasferimento a Santa Barbara, in California, iniziò ad aprirsi, raccontando la sua esperienza in interviste e partecipando agli incontri della Titanic Historical Society negli anni ’80. Divenne anche amica di storici e di altri sopravvissuti. Dopo la scoperta del relitto nel 1985, espresse l’opinione che dovesse essere lasciato intatto, pur accettando che alcuni oggetti recuperati fossero esposti nei musei.
Nel 1990, per la prima volta dopo il 1912, tornò a viaggiare per mare con una crociera in Messico, un gesto significativo considerando il suo passato. Morì il 6 luglio 1990 all’età di 90 anni. Come da sua volontà, le sue ceneri furono disperse nell’Oceano Atlantico, nel punto esatto in cui il Titanic era affondato, chiudendo simbolicamente il cerchio della sua vita.
Questo audio è stato assemblato utilizzando spezzoni delle interviste rilasciate da Ruth Becker nei documentari Titanic: Death of a Dream e Titanic: The Legend Lives On (1994, A&E Networks), e Titanic: The Survivors Story (1997, Channel 7 Australia). La data originale dell’intervista è sconosciuta.
ASCOLTA L’INTERVISTA DI RUTH BECKER: Ruth Becker
È possibile ascoltare la testimonianza audio originale cliccando sul link. La registrazione è presentata nella sua lingua originale, l’inglese. Se non si ha familiarità con l’inglese, si consiglia di aprire il link (che si aprirà in una nuova pagina) e seguire la trascrizione tradotta riportata qui sotto, per una comprensione più chiara del contenuto.
TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA
Abbiamo preso il treno da Londra a Southampton per salire sul Titanic.
Mia madre dovette vedere il commissario e disse: “Sa, non sono affatto contenta di salire su questa nave per andare a New York.”
Lui le disse: “Perché?”
E lei rispose: “Perché è il primo viaggio che fa, e sono un po’ nervosa.”
E lui disse: “Signora, non deve avere paura di nulla. Sa che il Titanic ha compartimenti stagni, e se dovesse succedere qualcosa, questi compartimenti manterranno la nave a galla finché non arriveranno i soccorsi.”
Ricordo che era molto bello e molto grande.
Il mio fratellino aveva due anni e, per passare il tempo, lo portavo su e giù per il ponte.
Guardavo nella sala da pranzo ed era lo spettacolo più bello che avessi mai visto.
Era tutto nuovo, capisce.
Stavo lì semplicemente a meravigliarmi di quanto fosse bello tutto.
Mia madre uscì nel corridoio e chiese al primo steward di prima classe che vide: “Cosa succede? Perché ci siamo fermati in mezzo all’oceano?”
E lui disse: “No, non c’è niente che non va, è solo un piccolo incidente e lo sistemeranno, e ripartiremo tra pochi minuti.”
C’era molto rumore sopra.
La gente correva su per le scale e nei corridoi, urlando.
Avevamo i due bambini con noi e li vestimmo, ma non vestimmo noi stesse, così ci mettemmo i cappotti sopra le camicie da notte.
Non prendemmo nemmeno i giubbotti di salvataggio, non ci prendemmo il tempo per farlo.
Salimmo le scale e arrivammo in una grande sala piena di donne, vestite e svestite in ogni modo.
Piangevano oppure erano spaventate, perché non sapevano cosa sarebbe successo.
Restammo lì circa cinque minuti.
Mia madre venne da me e disse: “Ruth, fa così freddo fuori, potresti scendere a prendere tre coperte dalla cabina per avvolgere i bambini?”
Il mio fratellino aveva due anni e mia sorella quattro.
Due ufficiali entrarono e dissero: “È ora di salire sulle scialuppe.”
Un ufficiale prese mio fratello, l’altro prese mia sorella, li portarono, e mia madre e io salimmo una scala di ferro fino al ponte superiore per entrare nella scialuppa.
Ci portarono alla scialuppa numero 11.
Gli ufficiali fecero salire mio fratello e mia sorella e dissero: “Basta così per questa scialuppa.”
Mia madre gridò e urlò: “Per favore, lasciatemi salire su quella barca, quelli sono i miei figli!”
E così la fecero salire.
Io rimasi sul Titanic.
Scesi e vidi un ufficiale che stava facendo salire persone nella scialuppa successiva e gli chiesi se potevo salire.
Lui disse di sì, mi prese e mi buttò dentro.
Evidentemente fui l’ultima a salire, perché iniziarono subito a calarla.
Ci allontanammo dal Titanic il più velocemente possibile.
C’erano cinque o sei ponti, ed erano pieni di persone, tutte allineate a guardare giù.
Immagino che sperassero che qualcuno venisse a salvarle.
Quando eravamo a circa un miglio di distanza, la notte era bellissima, molto buia, e il mare era calmissimo, come uno stagno.
Il Titanic stava affondando molto lentamente.
Le persone erano lì ai parapetti, sperando che qualcuno venisse a salvarle.
Ma alla fine affondò.
E tutte le persone che erano ai parapetti iniziarono a saltare.
Saltavano, urlavano, chiedevano aiuto.
E naturalmente nessuno venne ad aiutarle.
Fu un momento terribile, terribile.
Ancora oggi posso sentire le loro urla mentre saltavano e gridavano aiuto.
La nave alla fine scomparve sott’acqua, non rimase più nulla.
Ci allontanammo il più velocemente possibile, perché quelle persone cercavano di raggiungere la nostra scialuppa.
Eravamo circa 65 o 70, non potevamo prendere nessun altro.
Alla fine ci allontanammo dal disastro.
Non avevamo bussole, né cibo, che invece avremmo dovuto avere.
Eravamo sparsi ovunque.
I fuochisti remavano: indossavano solo canottiere e pantaloncini, perché nella sala macchine faceva molto caldo, e avevano molto freddo.
L’ufficiale mi chiese se potevo dare le mie coperte per avvolgerli e tenerli almeno un po’ al caldo.
E naturalmente remare li aiutava anche a scaldarsi.
Remammo e remammo dalle 1:00 alle 4:30 del mattino.
Poi, in lontananza, vedemmo una grande luce.
Vedemmo anche dei razzi.
Urlammo e gridammo, eravamo così felici.
Remammo verso quella luce, ed era la Carpathia.
Finalmente arrivammo alla Carpathia.
Abbassarono una specie di altalena per farmi salire.
Ero così congelata che non riuscivo a tenermi, quindi mi legarono e mi tirarono su.
C’erano coperte fino al soffitto, brandy e caffè caldo per riscaldarci.
C’era un ufficiale ad accogliere ciascuno di noi.
Una donna venne da me e disse: “Ti chiami Rose Becker?”
Io risposi: “Sì.”
E lei disse: “Tua madre ti sta cercando dappertutto.”
Così mi riunii con mia madre, mio fratello e mia sorella, e stavano tutti bene.
Quando gli uomini avevano messo le loro mogli sulle scialuppe del Titanic, dicevano: “Ci rivedremo quando saremo salvati da un’altra nave.”
Così, sulla Carpathia, le donne stavano tutte al parapetto aspettando che i mariti arrivassero con altre scialuppe…
ma non arrivarono mai.
A mezzogiorno partimmo per New York.
E questo è qualcosa che mi è rimasto impresso.
Potete immaginare cosa significò per quelle donne capire allora che i loro mariti erano affondati con la nave.
Nessuno poteva scendere dalla nave se non aveva buoni amici o parenti ad aspettarlo a New York.
Mio padre era in India e un nostro caro amico gli mandò un telegramma: “Tutti i Becker salvi.”
Ma mio padre non sapeva da cosa fossimo stati salvati: pensò che fosse stato un incidente ferroviario.
I giornalisti apparvero ovunque.
Devono essere arrivati con delle barche e saliti sulla Carpathia.
Mia madre era così nervosa che piangeva sempre.
Quando qualcuno le faceva domande, piangeva e diceva: “Non chiedete a me, chiedete a Ruth, vi racconterà tutto.”

